Legnano story - note personali
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L-11.DOC
 
 
La sagra del carroccio
 
 
 
 
 
Nei secoli passati la battaglia combattuta nel 1176 presso la nostra città era sempre stata indicata ai posteri come segno di una importante tappa nella evoluzione della nostra antica società.
Infatti, nel 1176, per la prima volta, dopo anni di terrore barbarico, i nuovi Italiani dei comuni lombardi avevano osato contrastare ed addirittura sconfiggere un oppressore straniero. Purtroppo nel XII secolo quella scintilla di libertà si era subito spenta a causa delle numerose discordie esistenti tra i comuni lombardi e delle continue lotte tra frazioni popolari, nobili e clero.
L'antico spirito di italianità si era risvegliato nel 1800 grazie al Risorgimento ed alla creazione dell'unità d'Italia. In Legnano questo sentimento aveva portato, grazie alla spinta delle forze culturali locali, alla costruzione, nel 1876, di un primo monumento dedicato alla battaglia ricordata anche nell'inno nazionale. Le feste popolari, gli articoli di storia sui giornali, la voglia di essere cittadini, spinsero i Legnanesi a rinverdire ogni anno le glorie di questo loro fatto d'armi. Nel giugno del 1900 in occasione dell'inaugurazione del monumento alla battaglia, reso definitivo con l'opera del Butti il concorso di folla fu enorme e le ricorrenti celebrazioni del fatto d'arme divennero quasi irrinunciabili per i Legnanesi. Nel 1935 l'Italia era amministrata dal regime fascista. Tra i tanti errori, di cui possono essere accusate le gerarchie fasciste, almeno un merito deve essere loro riconosciuto, quello di avere propagandato più di tutti l'italianità agli Italiani. Lo spirito del Risorgimento, cui anelava l'uniàa di popoli vissuti fianco a fianco nemici e divisi dagli eserciti stranieri, riemerse dalla politica mussoliniana con determinazione talvolta soffocante. Le celebrazioni spontanee e popolari in ricordo della battaglia assunsero perciò un carattere di ufficialità. Naturalmente i Legnanesi obbedirono in questo caso al regime, in quanto ciò che si chiedeva loro, in nome di una politica, era quanto avevano sempre cercato di fare in proprio, ma senza troppi mezzi per finanziare le manifestazioni.
Fu cos' che il Carosello Storico con la corsa del palio acquistò, ufficialità il giorno 26 maggio 1935, sostituendo ed integrando quelle manifestazioni popolari e religiose che fino ad allora si erano tenute anche in Milano presso la basilica di S. Simpliciano, ove già dal XIV secolo l'ultima domenica di maggio si svolgeva una commemorazione con processione e feste (S. Simpliciano era stata ampliata ed arrichita dopo la battaglia, per celebrare proprio la vittoria sul Barbarossa). Le celebrazioni della Sagra proseguirono dal 1935 al 1939. La guerra fermò, necessariamente, con le sue restrizioni, anche la nostra manifestazione.
Nel 1952 risanata l'economia cittadina, grazie anche allo sforzo culturale ed aggregante compiuto dalla Famiglia Legnanese e dal Comune di Legnano, si ripresero le manifestazioni senza le etichettature politiche che prima della guerra erano state imposte.
Lo spirito degli antichi comuni lombardi viene rivissuto in Legnano con gioia profonda, è la consapevolezza di cittadini che additano alle generazioni future il valore inestimabile di possedere la propria vita, le proprie idee, la propria casa senza che altri ne dispongano.
E' questa una lezione politica che nessuno deve dimenticare, è lo stesso sentimento che accomuna nel suo 40° anniversario lo spirito partigiano del 1944 a quello dei difensori del carroccio. Questo non deve però essere inteso come atavico odio per il popolo tedesco anche se esso in entrambe le occasioni si è trovato dall'altra parte del campo di battaglia. L'amore per la libertà deve essere bene prezioso all'interno di noi e guidarci oggi come allora nelle scelte politiche di giustizia e di rispetto per il più debole.
 
Dimostrazione di questa civile determinazione espressa dalla nostra Sagra è il viaggio a Costanza compiuto nel 1984 da una rappresentanza delle contrade esponenti della città di Legnano. Viaggio che vuole non sottolineare l'antica sconfitta imposta, ma ricordare la mano tesa nel gesto di pace, artefici uomini liberi di entrambe le parti, ciascuno fiero della sua terra e del suo lavoro.
I figuranti legnanesi sono stati accolti prima con incredulità poi con calore dalla popolazione di Costanza. Si erano anch'essi resi conto del valore universale di quella visita e forse, anche solo per qualche ora, si è dissipata la inconfessata diffidenza con la quale troppo spesso in tutto il mondo, dal Nord si guarda a chi viene dal Sud, dimenticando la antica lezione di 808 anni fa.
A parte questi aspetti che investono dal punto di vista politico e morale l'atteggiamento di ognuno di noi, la Sagra del carroccio è anche un fatto sociale e socializzante per Legnano. La nostra popolazione ha da molti anni accolto ed integrato emigranti veneti e meridionali. Orbene, nella convivenza civile, tutte queste genti, ritrovatesi a fianco si identificano in una sola comunità e lavorano per la Sagra come se da sempre l'orgoglio e l'impegno dei Legnaaesi antichi li abbia pervasi.
Nei manieri, dall'ultimo arrivato dei ragazzi al capitano, ogni concittadino offre la propria opera in un volontariato assolutamente gratuito e disinteressato.
L'unica paga è la soddisfazione di concorrere alla formazione di uno spettacolo fuori dal comune. Si organizzano raccolte per pagare i costumi nuovi e affrontare le spese per i cavalli. Ci si allena per cavalcare, suonare corni trombe e tamburi. I più agili inventano giochi con le bandiere. Decine di contradaiole si dedicano al restauro, al rifacimento o alla confezione di abiti, mantelli, borsette. Artigiani con i capelli bianchi fondono else di spade e lame; costruiscono archi, lance e scudi. Vengono con cura ricercati e scelti coloro che sanno tagliare il cuoio, confezionare scarpe, sellerie, divise militari. Un fervore di lavoro che fa rivivere l'antica alacrità degli artigiani che ancora è dentro tutti noi, perchè l'epoca industriale non ha ancora cancellato le tracce della nostra antica società.
Basta solo tornare indietro di due generazioni ed il cavallo è ancora in fondo al cortile nella sua stalla ed il fabbro fa risuonare l'incudine. Un mondo misurato e più umano freme ancora nelle mani di chi costruisce per la Sagra del carroccio . E' gioia di stare insieme, di lavorare senza l'assillo del cartellino, per produrre qualche cosa che piace e farsene un vanto intimo e segreto, il giorno della sfilata.
 
Esistono si, è vero, le rivalità di contrada, ma mai si trascende alle offese o alla vera inimicizia, anche quando il carattere focoso di certi capitani suscita polemiche o altisonanti dichiarazioni di guerra contradaiola.
Anzi spesso le contrade si aiutano, scambiandosi materiali o personaggi, perchè il risultato finale sia più bello per tutti e nessuno venga umiliato. La molla che aziona tutto questo darsi da fare è il desiderio di aprirsi alle città vicine, mostrando con orgoglio di essere città antica e comunità vivace, unita e alacre; di portare un messaggio di cultura del proprio paese, di additare un messaggio di civile convivenza in quella libertà che in antico è ha richiesto tanti sacrifici. Ed è forse proprio questo aspetto del sacrificio della libertà che meglio inquadra il simbolo del carroccio, la croce di Ariberto d'Intimiano .
 
La ricompensa per la vittoria comunale è solo il vanto di custodire nella propria ,chiesa questo simbolo per un anno, mentre il capitano di contrada riceve una croce pettorale e lo stendardo della vittoria.
La croce che abbiamo in Legnano è solo una riproduzione di quella vera tutt'ora esistente in Milano Il crocefisso originale è ricavato con una lavorazione a sbalzo da una lastra di rame dorata nelle parti figurate. La sua esecuzione avvenne attorno alla metà del secolo XI. Essa era stata commissionata dall'arcivescovo di Milano Ariberto come ornamento per il proprio monumento funebre posto nel monastero di S. Dionigi. Venne poi usata dai Milanesi a ricordo del valore del loro arcivescovo, come simbolo di fede e di forza posto sul pennone del carroccio.
Il supporto ligneo attuale è stato sostituito a quello originale, che legava le lastre di rame nel secolo XIV. Una composizione molto drammatica ed espressiva con il Cristo dolente attorniato dalle figure della Vergine, di S. Giovanni, e sotto, con i piedi posti su un basamento a scacchiera, l'immagine di Ariberto.
La croce che ora i Legnanesi pongono sul carroccio fu eseguita sotto la direzione del pittore legnanese Gersam Turri nel 1935. Essa consiste in una scultura in gesso riproducente quasi alla perfezione la croce originale, ma non con la medesima grandezza. Infatti la Sovrinteadenza di allora impose che venisse: realizzata in scala più piccola per evitare; un "pericoloso" duplicato. Sopra le formelle in gesso venne riportato uno strato di rame spruzzato a caldo mediante un procedimento inventato a Legnano. Venne quindi dorata e patinata nelle parti di rame scoperte, assumendo un aspetto quasi identico a quello dell'originale.
 
 
1935 SAN DOMENICO
1936 LEGNARELLO
1937 SANT'ERASMO
1938 LA FLORA
1939 SANT'ERASMO
1940
1951 sospeso per eventi bellici
1952 LEGNARELLO
1953 LEGNARELLO
1454 LEGNARELLO
1955 non aggiudicato
1956 SAN BERNARDINO
1957 SANMARTINO
1958 SANT'ERASMO
1959 SAN BERNARDINO
1960 LA FLORA
1961 SAN BERNARDIN'O
1962 SANT'AMBROGIO
1963 SANMAGNO
1964 SANT'ERASMO
1965 LEGNARELLO
1966 LEGNARELLO
1967 SAN MARTINO
1968 SANT'AMBROGIO
1969 SANT'ERASMO
1970 SANT'ERASMO
1971 SAN MAGNO
1972 SAN DOMENICO
1973 SAN MAGNO
1974 SANT'ERASMO
1975 SANT'ERASMO
1976 SANT'ERASlLlO
1977 non aggiudicato
1978 SAN BERNARDINO
1979 SAN MAGNO
1990 SAN BERNARDINO
1981 SAN DOMENICO
1982 SAN BERNARDINO
1983 LEGNARELLO
1984 SAN DOMENICO
 
La cerimonia rievocante la vittoria delle città della Lega Lombarda su Federico I, detto il Barbarossa, il 29 maggio del 1176, si tiene generalmente alla domenica di fine maggio, ogni anno.
Le manifestazioni iniziano al mattino con un raduno in Palazzo Malinverni (Municipio) di tutti i Gran Priori, dei Capitani e delle Castellane; li accoglie il Sindaco, Supremo Magistrato della Sagra, con le autorità comunali. Essi rendono gli onori a tutte le autorità presenti ed alle rappresentanze delle municipalità appartenenti all'antica Lega Lombarda che ogni anno vengono a Legnano. Poi si forma un corteo preceduto da scorte armate in costume e dai gonfaloni. Le autorità e i rappresentanti delle contrade escono dal portone di Palazzo Malinverni e si dirigono verso il carroccio sul quale sta la croce di Ariberto, oggetto della disputa sportiva tra le contrade;
Inoltre è preparata la mensa per la celebrazione della santa Messa.
Come in antico, prima della battaglia, si ripete il giuramento di untià e fedeltà, in nome della libertà, davanti all'unico simbolo che il popolo allora riconosceva come espressione di unità nella fede e speranza per il futuro: la croce di Ariberto. L'officiante sul carroccio, celebrando la s. Messa, si rivolge ai convenuti sulla piazza, ricordando il valore bellissimo e terribile di chi andava a morte per allontanare l'oppressore dalla propria terra - casa - famiglia, di chi, a costo della propria vita si ribellava ad una situazione di barbara malversazlone, per tentare di rivedere la luce della libertà. Al termine si dà il via ad un volo di colombi che ricordano quelli descritti da Galvano Fiamma (storico antico molto fantasioso del 1320). Essi, partiti dalle tombe dei Santi Sisinio, Martirio ed Alessandro, il 29 maggio 1176, si diressero a Legnano, per posarsi sull'antenna del carroccio, prima che iniziasse la battaglia; erano le anime dei santi arcivescovi che fino ad allora avevano difeso queste sventurate terre. Oggi, dalla direzione che prenderanno i colombi i Legnanesi, con un sorilso sulle labbra ed un tremito nel cuore, cercheranno di capire verso quale contrada si dirigerà l'onore della vittoria.
Si passa quindi alla benedizione dei cavalli che dovranno cimentarsi nella gara ippica. Solitamente al mattino vengono presentati animali d'allenamento e non i veri puledri che animano la corsa; infatti questi ultimi sono troppo nervosi e preziosi, per essere esposti alla folla della piazza e potrebbero azzopparsi nel camminare sul lastricato antistante l'antica basilica di S. Magno, dove si svolge la cerimonia, essendo ferrati per correre sul prato e non su un fondo granito .
Interessante è ricordare come la basilica di S. Magno sorge sul luogo ove la primitiva chiesa di S. Salvatore e S. Magno, affiancata dai palazzi della braida arcivescovile, vide, nel 1176, i preparativi della battaglia e la mole dell'antico carroccio con la croce di Ariberto d'Intimiano, conservata a Milano nel Duomo .
Al termine della cerimonia, sono investiti anche i nuovi capitani con l'imposizione della spada sulla spalla, nonchè vengono benedetti i gonfaloni delle contrade nnnovati durante l'anno.
La manifestazione riprende nel pomeriggio. In tutt la Legnano inizia il lento confluire dei cortei formati dalle contrade, in assetto di parata, che, uscendo, ciascuno dal suo maniero, convergono verso il centro città, per unirsi in un unico festante corteo composto da più di 1200 personaggi.
Alle spalle dell'antica basilica, in centro, a Legnano, si forma, per ondate successive, la sfilata che attraversa tutta la città tra decine di migliaia di spettatori appostati lungo le strade transennate.
All'interno dello stadio passeranno in rivista gonfaloni delle città della Lega ospiti in Legnano, quelli delle associazioni legnanesi e del Comune.
Quindi, a passo ritmato dal rullio dei tamburi, faranno la comparsa le contrade in ordine alfabetico, ultima tra di esse quella che ha riportato la vittoria nell'ultimo palio disputato. Ogni contrada, seguita dal commento dello "speaker" ufficiale, compie un giro del campo in formazione cosi composta: giovinetti con festoni, tamburini sbandieratori, araldi con i gagliardetti delle vittorie conseguite nelle passate edizioni, bande e musica, gonfaloni, "jak" del capitano, corteo di dame e cavalieri che scortano il capitano e la castellana, stuolo di armati. Ogni complesso di contrada conta da 100 a 130 componenti, di cui circa 40 a cavallo. Essi si differenziano sia per giochi di abilità presentati, tamburini, giullari, complessi bandistici, giocolieri, animali, sia per i colori e gli splendidi costumi. Sfilata l'ultima contrada avanza, il complesso degli armati che difesero il carroccio, quell'antico giorno fatale. Sono impersonati dai militari di leva della caserma generale Cadorna, della brigata Legnano. La loro solenne scorta avanza a passo misurato, seguita dalle bianche coppie di buoi che trainano il pesante carro, restituzione di quello antico. Sul carroccio, appesa all'alto del pennone, si erge la croce di Ariberto che le contrade si disputeranno per l'onore di poterla ospitare, durante l'anno, nella chiesa della contrada.
L'altare del carro ricorda come allora fosse la forza della Chiesa ad unire quei cuori; le trombe e il capitano d'armi ricordano come terribile fosse l'ora e grande il massacro.
Seguono l'imponente carro le truppe dei cavalieri della cosidetta "Compagnia della Morte" coloro che avevano giurato di non tornare vivi se non vincitori.
Li precede la figura di Alberto da Giussano. Questo personaggio, uscito più dalla leggenda che dalla storia è stato immortalato nel monumento della omonima piazza di Legnano dallo scultore Butti con forme plastiche e possenti.
Il comandante della compagnia della morte quando tutte le contrade si sono radunate al centro dello stadio attorno al carroccio guida i suoi cavalieri in una suggestiva carica, lungo l'anello della pista ippica. Al centro del campo intanto tutte le castellane ed i capitani scesi da cavallo ed affiancati ciascuno dal proprio stendardo si dispongono ad ala per rendere gli onori al carroccio.
E' il momento pi@i suggestivo della manifestazione. Il pubblico in piedi tace. Si odono i tamburi che ci riportano echi lontani di paura e felicità per la libertà conquistata.
Le 1200 comparse lasciano quindi il campo ed i capitani e le castellane si dirigono al palco delle autorità, per porgere il loro saluto.
Si apre a questo punto la gara ippica. Le contrade si affrontano a gruppi di quattro in due semifinali ed in una finale che prevedono rispettivamente quattro e cinque giri del campo ciascuna.
I fantini ingaggiati sono veri professionisti dei veri palii che si corrono in Italia (Siena, Arezzo, ecc.) montano a pelo libero e sono dotati di un nerbo di bue, con il quale possono anche disturbare l'avversario. L'anello del campo in genere risulta fatale a molti purosangue che non riescono a seguire le curve strette e quindi sbandano o addirittura cadono.
Il cavallo quando è privo del cavaliere caduto può anche vincere da solo, proseguendo la sua corsa. Terminata la finale, viene dichiarato il vincitore e consegnata al capitano la croce. In un tripudio di contradaioli soddisfatti, i vincitori si scatenano per il campo e le strade di Legnano, chiassosamente vantando la vittoria, con gli immancabili sfotto per i vinti.
L'assegnazione definitiva della Croce di Ariberto ai vincitori avviene circa 15 giorni dopo la gara ippica, con una cerimonia che prende il nome di "traslazione della croce". Durante questo rito, la contrada vincente, al completo si recherà nella basilica di San Magno a prendere in consegna il sacro simbolo, per poi tenerlo esposto al pubblico nella propria chiesa di contrada.
 
 
Alcuni cenni vanno doverosamente anche al carroccio che, come carro non rappresenta un fatto folcloristico, ma le cui origini sono legate agli avvenimenti storici. Di questo grande oggetto, simbolo di una passata fiamma di indipendenza, ma anche simbolo dei tormenti passati dalle nostre antiche "contrade" si sono spesso fatti tentativi di ricostruzione iconografica, ma essendo molte e troppo spesso solo di fantasia le descrizioni che i nostri antenati ci hanno lasciato, vorrei in questa sede dare alcuni brevi cenni su quelle che risultano essere le citazioni più antiche (e quindi più attendibili perchè vicine alle fonti) che ci sono pervenute. Anzitutto bisognerà ricordare che il carro sacro di battaglia è una tradizione non solo milanese, ma di tutti i grandi centri politico-militari dell'Alto Medioevo in Italia Settentrionale .
Il suo uso era diffuso in pianura; infatti questi grandi e pesanti carri non ancora muniti di freni non potevano permettersi eccessive pendenze sul percorso. Dagli annali storici della Lombardia, fra le altre, emergono le descrizioni relative a carri di cinque città, in cui si ricorreva all'uso di questo simbolo sacro. Esse sono: Brescia, Cremona, Milano, Padova, Vercelli.
In tutte e cinque le descrizioni si concorda su questi fatti: il carro è di mole fuori dal comune; perciò, occorrono da tre a quattro paia di buoi per trainarlo. Esso è alto tanto da permettere ad un capitano d'armi di controllare la battaglia e porta un pennone al centro che issa una croce. (Non viene però, descritta sul carroccio di Padova). Sopra la croce è posta una campana, il cui suono quasi sacrale deve scandire la battaglia e la marcia. Ogni campana ha un suo nome proprio. Per Padova "Berta" (dal nome della moglie di Corrado IV), per Cremona "Nola" e per Milano "Martinella". Sempre appesi al pennone sono drappi di tessuto prezioso, che ricordano i colori della città di appartenenza, mentre sulle fiancate vengono posti scudi con le insegne della città.
Ai piedi del pennone si trova un altare, sul quale si celebra la Messa prima e dopo la battaglia.
Nella teca del carro (sorta di ripostiglio ricavato nella parte sotto il pianale, all'altezza della ruote posteriori) si ripongono i medicamenti e le bende per i feriti e la cassa dell'esercito. Il timone talvolta disegnato lunghissimo sembrerebbe essere fisso (senza le ruote sterzanti); tuttavia nei resti del carroccio di Cremona, peraltro di dimensioni piuttosto piccole come carro, conservati al museo della città, la paratia anteriore presenta il foro del perno per sterzare. Tutti questi carri sacri, più o meno adorni di panni e ori, venivano custoditi nel Duomo della città e quando andarono in disuso nelle stesse chiese fu conservata la campana, la croce od il timone.
Le città erano use rubarsi alla fine della battaglia questo simbolo, e chi ne restava senza, non si dava pace fino a che non riusciva a riconquistarlo con un combattimento o un trattato di pace. Non era ammesso ricostruirlo, perchè era considerato un disonore .
Le riproduzioni documentano tutte, con un po' di fantasia antica, i vari carrocci. Sono comunque tutte tarde come epoche (dal 1400 in poi), tranne quella del carroccio di Milano, riproposta da Gaetano Speluzzi (1876) che dice di averla copiata da una pergamena vercellese in possesso del lord inglese Edward Enghin. Purtroppo la figura non corrisponde alle descrizioni originali dei coevi del Carroccio . Infatti gli armati che vi appaiono, hanno corazze della fine del 1300 e quindi la datano di molto posteriore al XII secolo.
Lo stesso Annoni, nel suo studio Monumenti, dice di non aver potuto vedere l'originale nè alcuno finora è riuscito a rintracciare notizia del lord o della pergamena stessa. In ogni caso l'Annoni produce uno studio approfondito dell'argomento e chiarisce come questo carro, alto otto piedi (piede pavese = 37 cm. circa largo sei e lungo dodici) era considerato la sede di emanazione del comando , ed ogni sua sortita dal Duomo S. Tecla dalla Città di Milano era decretata dal Consiglio Comunale.
Esso fungeva anche da tribunale. Da un'antenna scendeva un grande panno tenuto aperto da molte code, tese da uomini che si trovavano ai lati, quando veniva tenuto il Consiglio di guerra o si facevano sessioni di tribunale.
L'uso del baldacchino o velario è riprodotto nel quadro di Piero Nanin: la "Pace di Paquara" dove i Carrocci di Verona, Mantova, Vicenza, Brescia, Treviso e Padova appaiono nella loro funzione di sedi di consiglio per la pace. La scena è proposta in chiave romantica; tuttavia unitamente alla figura del carroccio padovano del Campi, si evidenziano i baldaccbini a protezione dell'altare sul carro.
 
I lati del carroccio erano ornati dagli stemmi delle sei porte di Milano coi loro colori (Porta Vercellina - Porta Nuova - Porta Romana - Porta Ticinese - Porta Orientale - Porta Camasina). Su di esso troneggiava la croce del vescovo Ariberto d'Intimiano.
Lo stesso Ariberto aveva messo in uso questo carro, usufruendo di uno grande e ferrato di origine longobarda (forse un carro militare, come ci mostra il Fumagalli, nel 1778). L'altare guarnito portava le figure dei santi Simpliciano, Ambrogio, Gervaso e Protasio. La Martinella era elemento tattico dell'organizzazione guerresca, perchè richiamava i combattenti ai comandi del capitano d'armi, quale era il Mettefogo segnalato da Cantil, nelle sue Storie di Milano.
Inoltre il pennone con il gonfalone era ben visibile ai combattenti sparpagliati e, sopra il pennone una sfera dorata, rifletteva i raggi del sole, distinguendosi da lontano.
Attorno ad esso vi era un'apposita guardia nominata Compagnia dei Gaiardi (sempre secondo la teoria del Cantil); l'altare era sopraelevato con un gradino, per essere più visibile e su di esso c'erano due candelabri dorati.
Il giorno della battaglia, sul carro non fu presente l'Arcivescovo di Milano, in quanto era morto il giorno di Pasqua (anno 1176). In sua vece celebrava la Messa un vicario. Dopo gli anni della battaglia di Legnano, il carroccio fu posto in San Simpliciano, antico complesso ampliato in onore alla vittoria sul Barbarossa; fu poi usato in altre battaglie specie contro i Cremonesi che, anche se presenti al giuramento di Pontida, spesso parteggiarono con l'Impero e contro Milano. La sua collocazione nella chiesa ci rivela anche le dimensioni; infatti doveva poter passare dal portale e con il pennone attraversare le porte stesse di Milano.
Verso la fine del 1300, con il sopraggiungere di nuove tecniche di guerra, il suo uso quasi sacrale scomparve ed il triste destino dei carrocci viene ben espresso dalle parole del Rolandino che nella sua Storia dei fatti occorsi nella marca trevigiana, riferendosi al carroccio padovano, afferma ...avvenne in quei giorni (1250) che vidi il Carroccio di Padova, che non conoscevo, imputridito e deforme, nonchè fracassato, lasciato come un inutile arnese in una specie di pozzanghera. Guardando in quel rimasuglio gli oggetti, riconobbi come delle ruote coi loro raggi ed altri avanzi, ed il timone, e da tutto compresi che si trattava di un carro di straordinaria grandezza come dicevano, che due buoi non potessero condurlo. . . " Lo stesso destino subì il carroccio di Milano con i suoi altri numerosi simili.
 
Ultimamente anche quello moderno, che si usa ora in Legnano per la sfilata ha subito gli insulti del tempo. Se ne sta già curando la ricostruzione.
 
 
Esso sarà completo di stemmi, di scolpiture in legno e soprattutto sarà simile agli antichi carri della pianura lombarda, che ancora possiamo ammirare nei musei delle nostre civiltà agricole
 
Nel 1934 i promotori del carosello storico dovettero affrontare il problema di regolamentare la manifestazione. Per prima cosa fu steso uno statuto nel quale tutta l'organizzazione era definita con compiti e regole di comportamento. Si individuava un Consiglio, l'assemblea dei capitani delle contrade, ed il Magistrato composto da due membri: Segretario del fascio (certo non poteva mancare) ed il Sindaco. Veniva divisa la città in dieci contrade (S. Magno, S. Domenico, S. Ambrogio, S. Martino, S. Erasmo, Ponzella , Mazzafame, S. Bernardino, Del Mina, Flora, Legnarello). Queste corrispondevano a dieci quartieri antichi del borgo, individuati con i nomi della chiesa principale di ognuno di essi o dal nome proprioO della zona. Ogni contrada aveva un reggente definito capitano, un tesoriere e tre consiglieri. Lo statuto proseguiva, definendo le mansioni economiche e le cerimonie da tenersi. Alla ripresa de11a manifestazione, dopo la guerra, lo statuto fu rivisto completamente e sfrondato di tutte le corbellerie e ridondanze inserite dai politici, nel 1935. Oggi, la Sagra viene retta dal Supremo Magistrato (sindaco) , dal "Collegio dei Capitani e delle Contrade" nella persona del Gran Maestro e dal Presidente della Famiglia Legnanese .
Le contrade stesse furono diminuite da dieci ad otto. Scomparvero le contrade del Mina (cascina dell'Olmina, ma il cui vero nome il "ul Mina" cioè il proprietario), della ponzella e Mazzafame, altri due antichissimi quartieri di Legnano troppo poco abitati nel 1952, per poter sovvenzionare una sfilata propria. Furono anche create leggende attorno ai nomi delle contrade e definiti gli stemmi di ogni quartiere con i colori araldici. Di questo compito si incaricò, il poeta legnanese scomparso Guido Piero Conti .
Egli, in un misto di storia e fantasia, costruì per ogni contrada un racconto. Sono favole ingenue, che tal volta ben si adattavano alla storia di Legnano, ai suoi monumenti, al carattere dei contradaioli, alle miste misteriose gallerie antiche scoperte nel sottosuolo, ai tesori nascosti dall'arcivescovo Leone da Perego ed a tanti altri episodi realmente accaduti nel corso della storia cittadina. In queste ingenue leggende inoltre ci fornisce una spiegazione delle simbologie degli stemmi di contrada.
Il Collegio dei capitani detto "Cenobio" è ubicato in un'antica casa legnanese, in via Giulini. Qui si tengono le riunioni del direttivo del Collegio e vengono prese le decisioni inerenti le attività della Sagra. All'interno delle contrade esiste un secondo organo programmatore della manifestazione. Esso prende il nome di Comitato Sagra. Ne fanno parte i Magistrati ed i membri del direttivo nonchè gli esponenti delle contrade, del Comune e della Famiglia Legnanese. Lo dirige il Presidente Sagra che e, assieme al Gran Maestro, il responsabile della gestione economica, funzionale e culturale della manifestazione.
 
Esiste poi nell'antico cortile del palazzo di Leone da Perego una segreteria che si occupa di corredare le molteplici attività e provvedere alla esecuzione delle varie programmazioni nonchè di intrattenere le pubbliche relazioni con autorità o enti italiani.
Ciascuna contrada ha una sua sede detta maniero, nella quale essa tiene i suoi consigli, promuove attività di cultura, prepara i lavori ed i costumi per la sfilata e conserva il materiale già approntato, organizza i futuri spettacoli, pianifica la parte sportiva della manisfestazione cioè l'acquisizione e l'allenamento talvolta segreto dei cavalli. La contrada viene retta dal capitano, dalla castellana e da un Gran Priore, i quali lavorano assieme al consiglio di contrada.
Tutto questo enorme lavoro di preparazione e controllo della manifestazione avviene per scelta spontanea, e gratuitamente ciascun operatore presta il contributo per la città. Questo fatto è di assoluta importanza in quanto, oltre a rappresentare una dimostrazbone di grande apertura sociale, prova di come in Legnano sia profondamente sentita la rievocazione della battaglia.
 
Un settore molto delicato a proposito del quale conviene spendere qualche parola per farlo meglio conscere a chi non è addetto ai lavori di contrada è quello della creazione dei costumi.
Fin dal lontano 1934, anno nel quale si è tenuta la prima celebrazione ufficiale della Sagra, il grosso assillo degli organizzatori è sempre stato quello del reperire un alto numero di oggetti, armi e vestiti che rispecchiassero un'epoca cosi lontana e relativamente povera rispetto ad altre, di documenti inerenti il vestire. Grazie al paziente lavoro dei pittori Gersam Turri e Mosl, Turri figlio, legnanesi da sempre e cultori dell'arte cittadina, piano piano, nel corso degli anni, si è costituito un importante complesso di costumi armi e arredi che ogni contrada gelosamente custodisce e tramanda nel tempo, per le generazioni future .
Ogni anno si completa, si restaura si aggiunge qualcosa di nuovo e di più bello. Rispetto alle prime edizioni, nelle quali spesso si ricorreva al noleggio di costumi del teatro alla Scala di Milano, confezionati per l'opera Verdiana La Battaglia di Legnano, si è fatta molta strada. Anzitutto le contrade ora sono autonome, disponendo di un patrimonio proprio; secondariamente il livello di finizione e storicità dei costumi ricreati è di gran lunga superiore a quanto potevasi trovare nelle sartorie teatrali.
Esiste infatti una grande differenza tra i costumi craati per il romanticismo verdiano con uno stile più rinascimentale che romanico e quelli storicamente ricostruiti a Legnano.
I curatori delle contrade si sono infatti rigorosamente impegnati a confezionare abiti, ricami e corredi, seguendo tutte indicazioni rintracciabili su documenti, affreschi, mosaici, miniature, statue, stoffe e abiti antichi conservati nei più importanti musei europei .
La moda di allora era molto meno volubile e differenziata rispetto a quella d'oggi. Qualche variazione constatare dopo periodi di circa 50 anni.
L'estrema difficoltà di reperire solo documenti relativi al decennio 1170, si è stabilito di abbracciare un cinquantennio prima ed uno dopo rispetto all'epoca di Barbarossa, sia per rendere più vari i tagli degli abiti o le armature, sia per semplificare maggiormente il lavoro dei creatori. La fonte maggiore di informazioni ci viene dallo scultore Benedetto degli Antelami. Coevo alla battaglia, questo architetto ha riempito l'alta Italia ed anche la Francia di sculture bellissime che sono la base su cui vengono impostati i modelli dei vestiti. Altre notizie ci vengono da oggetti, tessuti, armi conservate nei musei Vaticani nel Duomo di Milano, nel museo di Palermo, nei musei tedeschi e francesi, in particolare nel museo dei tessuti, a Lione.
Alcuni mantelli poi sono la copia fedele di quelli antichi da parata appartenuti a principi ed imperatori. Alcuni obiettano che l'epoca che i Legnanesi vogliono ricostruire era molto povera per Legnano e quindi la sfilata troppo ricca e non corrispondente ad una verità storica. Senza dubbio questo discorso vale per la Legnano antica del 1176. Abbiamo visto che era una località anche con caratteristiche militari e quindi non poteva essere centro di lussi.
Tuttavia il corteo non rappresenta solo i Legnanesi, che allora erano anche ridotti (forse 1400 circa in tutto), ma si rifà al complesso di cavalieri che qui uniti in un esercito provenivano, Milano in testa, dalle più ricche città dell'alta Italia. Inoltre se Legnano era povera, non lo era poi molto la società di allora. Ne sono testimonianza le oreficerie, le miniature, i monumenti che ci sono rimasti. Ve ne sono pochi solo perchè nell'epoca rinascimentale moltissime cose furono distrutte per rifarle con temi più moderni.
Per poter dare poi un inquadramento storico alle contrade vi è una serie di appunti sui costumi redatta come promemoria alle contrade dal prof. Mosè Turri. Esso svela un mondo che è stato nostro e che nei suoi temi antichi ha ancora qualche cosa di attuale nella moda d'oggi e nel nostro costume di vita.
Riporta modelli schematici e cita le fonti, cui attingere i particolari. Questo brogliaccio orientativo è in possesso alle contrade che, grazie anche a questa guida, possono meglio caratterizzare il proprio lavoro.
 
 
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