Legnano story - note personali
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Il popolo milanese ha sempre avuto una speciale arguzia nel forgiare detti e motti di particolare eficacia, mai mancanti di generosa ironia che si avverte anche nelle locuzioni più cupe.
Ve ne proponiamo alcuni in questa pagina connessi alle motivazioni della loro origine.
 
Andà in cà Busca.
Buscare in milanese vuol dire prendere botte, andà in cà Busca signiica andare incontro ad un castigo sicuro di paterni scapaccioni.
L’originalità sta solo nel collegamento, per afinità fonica, tra un cognome assai comune in Lombardia e il verbo buscare.
Chi è stato ragazzo a Milano si è certamente sentito minacciare in famiglia di andare...in cà Busca!
 
Canetta de veder.
Lavorare signiica curvare la schiena, materialmente e moralmente.
Di fronte agli scansafatiche, che non vogliono lavorare in nome di una simulata ierezza, il popolo milanese ha concepito una immagine pittoresca, non possono curvarsi per non spezzarsi la spina dorsale che la natura ha fatto loro di vetro.
Viene detto perciò canetta de veder, cannuccia di vetro, lo sfaticato che sschiva con molta cura le occasioni di lavoro.
 
Casciavit.
Oltre ad essere uno strumento famigliare per avvitare o svitare le viti, il termine indica, in gergo sportivo milanese, chiunque faccia parte, anche come semplice tifoso, della società calcistica A.C. Milan.
È questo il più antico dei clubs milanesi e il terzo per anzianità in Italia, essendo stato fondato nel dicembre del 1899.
Dopo meritorie e fortunate vicende all’inizio il Milan soffrì le conseguenze di una sorta di sedizione per cui molti giovani soci si staccarono per fondare, il 9 marzo 1908, una società rivale il F.C. International.
Seguirono vicende alterne ma spesso si tornava ad argomentare sulla malaugurata sommossa del 1908.
Questo ritornare spesso a riavvitare la solita vite meritò loro, dai rivali, l’epiteto di casciavit, che vale per un uomo da poco che cerca di darsi lustro ripetendo fatti ormai lontani nel tempo.
L’epiteto fu popolarizzato intorno al 1935 su lo “Schermo sportivo” un settimanale diretto da Osvaldo Giacomi e Oddo Carboni, dove si pubblicavano scherzose rubriche con le diatribe fra i casciavit e i loro irriducibili nemici dell’Inter.
 
On defà de pollin.
Il pollin è il tacchino, chi lo ha visto girare sull’aia sa che se si vede osservato erige la sua coda quasi per dimostrare la sua importanza.
Qualche volta i ragazzi provocano questa ostentazione girandogli intorno e gridando pòlla, pòlla fà la sciora! e il tacchino fa la ruota.
Da questa vanità del tacchino viene il detto on defà de pollin ossia far mostra di se, pavoneggiarsi, specialmente ingere di avere un lavoro importante ma in concreto non combinare nulla
 
Ofellee fà ’l tò mestee.
Offellee, a Milano, è il pasticcere. Nel linguaggio popolare è usato per invitare qualcuno a desistere da compiti che non gli spettano o ai quali non è preparato.
È il richiamo bonario a fare cose che si sanno fare e non improvvisarsi maestri.
Mett sù on poo d’aria de Brianza.
La Brianza, con i suoi colli e laghetti, è sempre stata per i milanesi meta di svago e di riposo, la sua aria fresca fa iorire sulle guance dei giovani il bel colorito rosato segno di buona salute.
Perciò dall’aria della Brianza è derivato un gentile traslato, quando la giovane donna ha il viso pallido talora si sente dire: “Mett sù on poo d’aria de Brianza” che vuol dire metti un ilo di cipria colorata.
Non è un invito alla civetteria ma una casalinga esortazione della mamma orgogliosa della iglia che sta per uscire: “Cara, và nò in gir inscì smòrta, mett sù almen on poo d’aria de Brianza!”
 
El pagadebit.
I milanesi hanno fama, meritata, di ottimi pagatori perciò qualsiasi scherzo in argomento è sempre lecito e divertente.
Questo titolo è un modo di dire usato quando gli uomini usavano portare il bastone, usanza ormai inita.
Come se quello di bastonare il debitore fosse un modo diffuso per ottenere il saldo dei debiti, capitava a chi portava il bastone di sentirsi dire: “...te gh’hee lì el pagadebit?”
 
Hinn taccaa come asetta e rampin.
L’asetta o azetta è il piccolo anello che si aggancia ad un minuscolo uncino rampin, molto usati nell’abbigliamento femminile prima dell’invenzione della cerniera.
Da questo impiego sartoriale, quando si vede una coppietta inseparabile che magari procede tenendosi stretta a braccetti si suol dire: “Hinn taccaa come asetta e rampin”.
 
Cinqu ghei de pù, ma ross!
L’origine di questo detto è misteriosa: c’è chi lo vuol far risalire ai tempi della Rivoluzione francese, quando il rosso era diventato di moda per un tragico richiamo alla ghigliottina; altri ritengono che sia riferito al colore tradizionale, festoso della porpora.
Sta di fatto che a Milano, quando si vede una donna vestita di rosso, afiora il detto: vale la pena di spendere cinque centesimi in più ma di avere il vestito rosso.
Nel caso l’ultima parola sia pronunciata diversamente “rossa” allora il riferimento è al cocomero “anguria” che è buono quando è molto rosso, in questo caso valeva la spesa di pagarlo qualche centesimo in più.
 
L’è giò de vernis.
Questo detto non è antico.
La vernice, in milanese vernis, serve a conferire alle cose un aspetto piacevole, lustro. Quando invece un prodotto, un oggetto è usato o logoro la vernice perde tono, si screpola.
Perciò quando si incontra qualcuno che in passato se la faceva bene ma per una ragione qualsiasi è un po’ decaduto e rivela il disagio della sua condizione attuale, il milanese riassume dicendo sottovoce “L’è giò de vernis!”.
 
Pell de Gigio.
Il nome più comune che si attribuiva agli asini era Bigio o Gigio. Pell di Gigio vuol dire pelle d’asino, pelle di tamburo, è un epiteto del quale si gratiica un tipo poco raccomandabile, dalla pelle dura, sulla quale si può battere e ribattere senza che cambi suono: è inutile sperare in un ravvedimento tant l’è ona pell de Gigio e dalla pell de Gigio è meglio stare alla larga!
 
Faccion de tromba.
La tromba, in milanese, è la pompa a mano per l’acqua che si trovava nei cortili delle case. Ancora oggi a Milano l’idraulico viene detto trombee.
Di solito l’acqua, che veniva aspirata dal pozzo con la tromba, sgorgava da un grosso cannello di ottone o di bronzo piazzato nella bocca di un grande faccione di pietra, che aveva la funzione di abbellire la fontana e proteggere il muro dagli schizzi.
Sorse così il detto “faccion de tromba” che si rivolgeva, per canzonarle, alle donne troppo grasse, le guance polpose e abbondante pappagorgia.
 
Ròba de ciòd.
Il detto ha origine “artigianale”. Nelle ebanisterie le giunture dei mobili e delle cornici si facevano mediante accurati innesti, dando al mobile solidità ed elasticità, sostituire gli innesti con i chiodi signiicava eseguire un lavoro poco accurato, da strapazzo.
da questo sprezzo per i chiodi da parte degli ebanisti è venuto il detto ròba de ciòd che si usa per qualiicare una cosa o un fatto che non merita considerazione.
Il popolo milanese ha sempre avuto una speciale arguzia nel forgiare detti e motti di particolare eficacia, mai mancanti di generosa ironia che si avverte anche nelle locuzioni più cupe.
Ve ne proponiamo alcuni in questa pagina connessi alle motivazioni della loro origine.
 
El poresin negher.
Letteralmente: il pulcino nero. In milanese ha lo stesso signiicato che ha in italiano “la pecora nera”, l’individuo che si distingue dagli altri per caratteristiche particolari e sul quale si appuntano gli sguardi, l’antipatia e i castighi di chi gli sta intorno. Tuttavia l’espressione “poresin negher” ha un signiicato più gentile, più simpatico che non ha la “pecora nera”.
 
La man fadigosa.
Suppponiamo due amici alla cassa di un bar per pagare la consumazione, il più generoso si affretterà a pagare l’importo, il meno generoso farà pure lui il gesto di inilare la mano in tasca per prendere il portafoglio ma il suo gesto sarà titubante il tempo necessario per arrivare leggermente più tardi al pagamento.
Un milanese tradizionale direbbe che ha “la man fadigosa” ossia la mano che fatica a uscire dalla tasca. Si usa genericamente per indicare un avaro o più modestamente un pitocco.
 
On liter in quatter.
Il monumento di Leonardo da Vinci, in piazza della Scala opera dello scultore Pietro Magni, è alto complessivamente 13,50 metri con cinque statue in marmo di Carrara. La statua di Leonardo alta 4,40 metri sovrasta le altre più piccole dei suoi allievi: Cesare da Sesto, Marco da Oggiono, Giannantonio Boltrafio e Andrea Salaino.
Il popolo ambrosiano, senza intenzione di valutarne il pregio artistico, osservando il monumento nelle giornate di nebbia colse la similitudine dell’immagine con la misura del litro e quattro bicchieri intorno, come si vedeva nelle osterie, da quì il nomignolo al monumento “on liter in quatter”.
 
Se la và... la gh’ha i gamb!.
Capita spesso nella vita di trovarsi di fronte al dubbio se un tentativo abbia o meno possibilità di successo.
Talora nel valutare la possibilità serve l’esperienza o l’intuito, spesso il caso o la fortuna decidono coinci denze felici.
Da tutto questo la saggezza del popolo milanese ha tratto il detto che mira a dimostrare che spesso è il caso che decide.
Perciò, scherzosamente, quando qualcuno tenta una iniziativa spericolata ma che con un po’ di fortuna potrebbe andare bene, dice ilosoicamente: se la và... la gh’ha i gamb! Se mi riesce, sono fortunato.
 
Ciapel, pelel, mangel.
Prendilo, pelalo, mangialo. Sintesi di tre operazioni diverse e successive, si usa per segnalare la rapidità, spinta alla precipitazione, di un’azione o un gesto.
Accade a volte che chi ha raggiunto qualcosa di molto desiderato subito ne usi con evidente precipitazione, questa fretta inelegante viene causticamente  commentata da bonaria ironia dicendo a chi dimostra tanta furia: Ciapel, pelel, mangel!
 
Foeura di strasc.
Son foeura di strasc! Antico detto per esprimere indignazione, me l’hanno fatta troppo grossa! Sono fuori di me. Il detto ha una origine singolare, infatti una delle prime manifestazioni di pazzia è quella di levarsi i panni, come fece Orlando quando divenne furioso. Gli abiti, per il popolo, sono poveri panni, strasc, e perciò il detto signiica sono fuori dime, sto per impazzire.
 
A Milan anca i moron fann l’uga.
Questo vecchio detto deinisce Milano come la città      del miracolo economico, a Milano anche i gelsi fanno l’uva.
Per comprenderlo bisogna ricordare che il gelso era una pianta tradizionale della Lombardia, coltivata per fornire le foglie ai bachi da seta, i bigatt, con le quali si nutrono. Il gelso ha un legno gramo e non da frutti apprezzabili, dire che a Milano i gelsi fanno l’uva signiica affermare che Milano è città capace di  ricavare frutta da tutto, con coraggio, lavoro e capacità organizzativa.
 
Ghe la doo mì la carna grassa!
Riferito all’atteggiamento indisponente di un avversario malizioso... crede di fare il furbo? ma ghe la doo mì la carna grassa! Per comprendere il motto basta pensare che la carne grassa è di per sè l’immagine del benessere, dello star bene, vuol dire ironicamente: penserò io a farlo star bene, a metterlo a posto!
 
Seccaperdee.
Il perdee è il ventriglio degli uccelli e quindi anche del pollo. Il popolo immagina che i seccatori, che non danno respiro, riducano il perdee a una mortale aridità. Così accade di sentire qualche milanese al colmo della sopportazione per l’assillo di persona noiosa e petulante, esprimere la propria impazienza brontolando... che seccaperdee!
 
 
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